A GAZA COME IN LIBANO LA MORTE TELEFONA SEMPRE DUE VOLTE
Due telefonate a breve distanza di giorni, una prima, per avvertire l’interessato di essere stato individuato come soggetto degno di morire e, la seconda, per informarlo che il suo momento è arrivato. Pochi minuti concessi per allontanarsi da familiari ed estranei innocenti qualche minuto prima di essere ucciso.
A descriverci questo fair play dell’esercito israeliano, è il giornalista Nabih Bulos, del Los Angeles Times, che descrive gli ultimi minuti di vita, lo scorso febbraio, di Ahmad Turmus, libanese, uno dei molti, vittima della mano armata di Israele, sottoposti alla tortura della “telefonata della morte”.
Con una prima chiamata è stato avvertito che la sua fine era stata decisa e che un drone lo avrebbe ucciso.
Turmus, 62 anni, viveva a Tallusah, un piccolo centro abitato sciita nel sud del Libano, sulla linea di separazione con Israele. Il 16 febbraio riceve la seconda telefonata. Dall’altro capo del filo qualcuno si presenta come ufficiale dell’intelligence israeliana e chiede: «Ahmad, vuoi morire con le persone che ti stanno intorno o da solo?».
Successivamente i familiari raccontano di aver sentito pronunciare da Turmus soltanto una parola: «Da solo». Poi era uscito velocemente da casa, era salito in macchina e si era allontanato da casa e dal centro abitato. Trenta secondi dopo un drone israeliano aveva colpito la macchina.
La tecnologia israeliana è così avanzata e intelligente che non teme errore e manifesta solo certezze, anche con quotidiane Telefonate della Morte.
Vista l’intelligenza politica e tecnologica di Israele, lo Stato Italiano, lungimirante, ha pensato bene, con contratto pagante, di affidargli la sua cybersecurity, consegnandosi così mani e piedi a Israele.

